Articolo pubblicato il 19 Gennaio 2019

Mafie, 42 giorni di sciopero della fame per Enrico Colajanni
Il fondatore dell’associazione antiracket LiberoFUTURO ascoltato ieri in commissione nazionale antimafia. Oltre 3 mila firme raccolte per chiedere la revoca delle misure interdittive prefettizie decise contro le associazioni del circuito.
18 gennaio 2019 – 16:21

PALERMO – Sono 42 i giorni di digiuno di Enrico Colajanni, ex presidente dell’associazione antiracket LiberoFuturo, storico attivista contro la mafia siciliana. E’ in buone condizioni di salute, nonostante abbia perso 15 chili e per il momento si alimenti soltanto con degli integratori. Protesta contro alcuni provvedimenti, che non ritiene giusti, del prefetto di Palermo che ha deciso la cancellazione dall’albo prefettizio di tre associazioni antiracket del circuito di LiberoFuturo rispettivamente di Bagheria, Partinico e Palermo. Successivamente anche il prefetto di Trapani ha riservato lo stesso trattamento a LiberoFuturo Castelvetrano.

Tanta la solidarietà: su Change.org è stata anche lanciata una petizione e raccolta firme che chiede di revocare le misure interdittive, che ad oggi ha raggiunto oltre 3 mila sostenitori. Gli obiettivi sono: la revoca delle misure interdittive prefettizie mosse contro le associazioni del circuito LiberoFuturo; l’analisi dei procedimenti dell’istituto delle misure di prevenzione e delle interdittive e conseguenti modifiche; il suupporto istituzionale alle associazioni antiracket che operano nel territorio. Ieri intanto a Roma la Commissione bicamerale antimafia nazionale ha ascoltato Enrico Colajanni e Nicola Clemenza, presidente di LiberoFuturo Castelvetrano e attuale vicepresidente della rete Nomafie, ascoltata pure il 15 gennaio a Palermo in Commissione antimafia regionale. Rete Nomafie sulla vicenda ha inviato per due volte una lettera al Ministro degli interni senza avere finora risposta.

“Finalmente su sollecitazione di Piera Aiello e Michele Giarrusso, la Commissione Antimafia ci ha ascoltato – ha detto Errico Colajanni. – Speriamo che possano essere prese in esame le interdittive prefettizie che riguardano le 4 associazioni del circuito LiberoFuturo, ma in generale speriamo anche in una disanima sui poteri forti che talvolta travalicano, essi stessi, i limiti consentiti dalla legge”. “Ci hanno ascoltato a lungo e qualcuno e pure intervenuto. Vedremo adesso quelli che saranno gli sviluppi. Sicuramente il percorso in cui siamo inseriti è delicato, difficile e molto lungo. Noi anche se dovesse svanire tutto il grande lavoro che ha fatto in questi anni LiberoFuturo siamo risoluti nel chiedere che ci sia una revisione del sistema delle misure interdittive prefettizie. Abbiamo da una parte la giustizia penale che funziona in un modo premiando alcuni e dall’altro lato dei provvedimenti amministrativi di un burocrate (il prefetto) che spesso sono contrapposti a quello che è stato l’orientamento di un giudice. Questo problema è stato già posto dal presidente del tribunale del Tar di Catanzaro Nicola Durante in una sua riflessione dal titolo ‘L’interdittiva antimafia, tra tutela anticipatoria ed eterogenesi dei fini’. Ci chiediamo come oggi un’autorità come il prefetto nell’ambito del suo potere discrezionale con le interdittive possa tendere a sostituirsi di fatto all’autorità giudiziaria o addirittura all’autorità legislativa quando viene data una interpretazione diversa”.

“Ho deciso di arrivare a questa scelta perché sia io che le associazioni subito dopo i provvedimenti abbiamo fatto delle prese di posizioni che non hanno suscitato alcun interesse o risposta che meritavamo di avere – dice -. Alcune delle associazioni hanno fatto pure un ricorso al Tar che però è stato vano. Nessuno degli imprenditori che noi abbiamo assistito nel percorso di denuncia è inquisito, compresi quelli citati nelle interdittive. Poiché abbiamo considerato risibili ed insufficienti le motivazioni che di fatto hanno bloccato le associazioni antiracket nel loro delicato ruolo con le vittime preposte abbiamo deciso di dare battaglia. Le conseguenze per chi esce dall’albo prefettizio con quelle accuse sono molto gravi: si interrompe la comunicazione con le forze dell’ordine, non si può avere più il contributo regionale e non si può accedere al fondo antiracket”.

“Ho saputo che durante un evento pubblico lo scorso agosto il prefetto di Palermo e il commissario nazionale antiracket hanno sostenuto che bisognerebbe introdurre una distinzione tra chi denuncia e chi collabora con la giustizia dopo essere stato chiamato – prosegue Enrico Colajanni – escludendo questi ultimi dai benefici di legge che possono essere riconosciuti. Ricordiamoci che parliamo di vittime e nella costruzione di un impianto probatorio il giudice non fa questa distinzione. Certamente se dovesse prevalere questo orientamento sarebbe devastante per tutto il percorso finora fatto”. “Fortunatamente le firme che sono state raccolte per questa battaglia con mio grande stupore sono state oltre 3 mila – conclude infine -. Tutto questo ci conforta e ci dà l’energia di proseguire nella nostra strada anche se non sappiamo quali saranno i risultati. In 15 anni di esperienza ed impegno continuo contro la mafia e a fianco degli imprenditori penso si stia creando purtroppo un sistema in cui proprio lo Stato mi sembra che non voglia essere aiutato”.

LiberoFuturo ha assistito negli anni oltre 300 imprenditori; ad oggi ci sono dieci processi in corso dove si sono costituite le vittime che vengono affiancate nella loro testimonianza. (Serena Termini )

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Da Radio Radicale. Registrazione audizione di Colajanni e Clemenza 

Firma la petizione a favore di LiberoFUTURO “Immaginiamoci un futuro libero”