Articolo pubblicato il 8 ottobre 2018

La Rete NOMAFIE invia al ministro Salvini una lettera aperta per sottoporgli alcune gravi questioni che riguardano la sopravvivenza delle associazioni antimafia e antiracket e lo sviluppo stesso dell’azione sociale contro le mafie e la corruzione.

Al Ministro dell’Interno
Gentilissimo Ministro Salvini,
Le scriviamo per esporLe una grave situazione che vede il movimento antiracket/antimafia della Sicilia occidentale sostanzialmente azzerato, in particolare per iniziativa della Prefettura di Palermo. Avendo apprezzato la sua determinata intenzione di portare avanti e con durezza sia il contrasto alle organizzazioni mafiose che alle storture e alle deficienze del sistema di contrasto – che purtroppo esistono – siamo certi che vorrà prendere in considerazione questo nostro appello e che vorrà intervenire ridando fiducia ai tanti volontari e agli imprenditori che in questi anni si
sono esposti per consentire all’imprenditoria di sottrarsi alle minacce malavitose.
Ma veniamo ai fatti:
In coincidenza con la ricorrenza dell’attentato a Borsellino, nel 2017 e con il massimo clamore le associazioni antiracket LiberoFUTURO Bagheria e LiberJato di Partinico sono state cancellate dall’albo prefettizio di Palermo. Nel 2018, dodici mesi dopo, è stato il turno di LiberoFUTURO Palermo e LiberoFUTURO Castelvetrano.
Si tratta di associazioni che negli anni hanno accompagnato alla denuncia e nei processi oltre trecento imprenditori, dando concreta vita all'antimafia del fare.
L’accusa, identica per tutte e quattro le associazioni e contenuta nei provvedimenti della Prefettura, è di aver assistito alcuni imprenditori che avrebbero un curriculum non illibato: si tratta degli stessi imprenditori che sono oggi costituiti parte civile nel celebre processo nisseno contro i Sigg Saguto Silvana, Nasca Rosolino e Provenzano Carmelo; sono gli stessi imprenditori encomiati da illustri esponenti dell’Arma dei Carabinieri e dalla Procura della Repubblica locale che li hanno riconosciuti in linea con le istituzioni per l’apporto dato nei processi pendenti, in termini di piena e
incondizionata testimonianza contro i criminali; sono gli stessi imprenditori ritenuti meritevoli di risarcimenti da parte dello Stato e di provvisionali a carico dei mafiosi.
Nel frattempo, la Prefettura emette inspiegabilmente a carico degli stessi imprenditori misure antimafia ostative. Parliamo di imprenditori – quelli ritenuti controindicati e motivo di esclusione dell’associazione Antiracket dall’albo prefettizio – che peraltro non sono mai stati raggiunti da nessun provvedimento, né sono mai stati condannati o neppure indagati e ancor meno per reati di mafia. E in ogni caso, le nostre associazioni decidono o meno di assistere un imprenditore affidandosi preventivamente alle indicazioni fornite dalle forze di polizia.
Può lo Stato – nella sua espressione Ministeriale-Prefettizia – ignorare la collaborazione con le Forze dell’ordine e le Procure di questi imprenditori, che hanno fatto arrestare numerosi mafiosi e che oggi sono anche costituiti parte civile nel celebre processo nisseno sopra ricordato? L’inconsistenza delle motivazioni dei provvedimenti prefettizi ci porta a credere che le motivazioni siano altre. Negli anni, infatti, le quattro associazioni, oltre a svolgere un’azione costante di diffusione della cultura della denuncia e di assistenza alle vittime, non hanno taciuto di fronte a provvedimenti abnormi delle Prefetture o della Sezione per le misure di Prevenzione di Palermo. In particolare si opposero a un’interdittiva prefettizia che bloccò per sei mesi la più grande opera pubblica di Palermo degli ultimi decenni, il “passante ferroviario”, e oggi scopriamo che il colonnello della DIA che la propose è finito in galera con Antonello Montante proprio perché condizionava il settore degli appalti.
Successivamente queste associazioni sostennero l’emittente TeleJato di Pino Maniaci rilanciando le rivelazioni gravi che l’emittente per due anni fece sulla gestione Saguto. La stessa cosa fu fatta a sostegno del Prefetto Caruso quando, da Direttore dell’Agenzia Nazionale per i beni confiscati, denunciò le storture del sistema che, ad esempio, vedeva certi beni confiscati affidati per decenni ad amministratori invece di essere destinati all’utilità pubblica. Come sappiamo, Maniaci è finito sotto accusa per un’inverosimile estorsione di trecento euro più IVA, il Prefetto Caruso fu umiliato in Commissione antimafia che al contempo esprimeva solidarietà alla Saguto, e le quattro associazioni sono state messe al bando. E ancora, la decisione di numerose associazioni siciliane di uscire dalla Federazione antiracket FAI e di fondare la nuova Rete NOMAFIE deve aver provocato molta irritazione in taluni ambienti.
A questo si aggiungano le recenti incredibili misure disposte dall’Assemblea Regionale Siciliana che di fatto precludono l’accesso al modesto contributo che ha finora consentito a molte associazioni di sopravvivere, e i criteri adottati dalle Prefetture per l’iscrizione negli albi prefettizi, che emarginano associazioni, come la nostra ACIB di Brolo (ME), che hanno fatto la storia del movimento antiracket in Italia. Questi e altri motivi, che omettiamo di evidenziare in questa sede, ci inducono a essere estremamente amareggiati e preoccupati per gli atteggiamenti oscuri e incomprensibili che stanno caratterizzando l’operato delle Istituzioni volto a mortificare il movimento antiracket in Sicilia. In questa situazione non ci sarà da stupirsi se le denunce diminuiranno e fa rabbia pensare che gli unici a trarne vantaggio saranno soltanto i mafiosi.
Per questi motivi abbiamo sentito l’urgenza di sottoporre alla Sua attenzione quanto detto finora, e La ringraziamo fin d’ora per un Suo intervento risolutivo.
Salvatore Giuffrida
Presidente della Federazione Rete No Mafie