Articolo pubblicato il 20 settembre 2018

Quattro associazioni antiracket della Sicilia occidentale, che negli anni hanno svolto un’enorme lavoro a sostegno di centinaia di imprenditori vittime del racket del pizzo e per la diffusione della cultura della denuncia, sono state messe al bando dalle Prefetture di Palermo e Trapani con il massimo clamore proprio il 19 luglio giorno (ricorrenza Borsellino) e in prossimità delle ferie.
L’accusa di infiltrazione mafiosa si infrange contro il dato incontrovertibile che tutti gli imprenditori citati nell’interdittiva e assistiti negli anni dalle quattro associazioni hanno denunciato una o più volte, si sono costituiti parte civile e sono stati risarciti e lodati dalle sentenze. Nessuno di loro, inoltre, ha subito negli ultimi anni indagini per reati gravi e tanto meno per mafia.
Pertanto le ragioni di tanto accanimento vanno ricercate altrove. La nostra propensione a criticare provvedimenti interdittivi insensati come quello ricevuto dalla SIS per il passante ferroviario di Palermo sicuramente ha irritato la nostra burocrazia. Oggi, però, scopriamo che a proporre quel provvedimento fu un certo Colonnello D’Agata della DIA di Palermo finito di recente in galera con Montante. Le nostre critiche aspre alla Saguto ed il sostegno dato a TeleJato e Maniaci mentre tutti tacevano sicuramente non sono state gradite così come il nostro plauso al Direttore Caruso dell’Agenzia dei beni confiscati quando denunciava fatti gravi nella gestione dei beni.
Vista l’inconsistenza assoluta delle motivazioni dei gravi provvedimenti prefettizzi contro le quattro associazioni, sapendo che certi burocrati considerano anti istituzionali queste nostre prese di posizione e viste le ritorsioni subite da Maniaci e Caruso riteniamo verosimile questa nostra ipotesi.
Naturalmente non ci scoraggiamo più di tanto e l’impegno a contrastare la mafia, la corruzione e la burocrazia malata nei limiti delle nostre forze resta immutato.

Documento approvato dall’assemblea delle associazioni antiracket aderenti alla Federazione Rete No Mafie tenuta a Caltanissetta il 16 settembre 2018 (Documento Assemblea Retenomafie 16.9.2018)

Quando il 12 febbraio del 2017 alcune associazioni antiracket siciliane ci siamo incontrate, proprio qui a Caltanissetta, per dare vita alla Federazione Rete No Mafie, intendevano creare un organismo agile, al cui interno si potessero sperimentare nuove forme di contrasto alla mafia da affiancare alle tradizionali attività di accompagnamento alla denuncia degli imprenditori minacciati dalle estorsioni. Ciascuna associazione, pur operando autonomamente, avrebbe avuto la possibilità di rielaborare proposte ed esperienze comuni e impegnare le proprie capacità e le proprie risorse per risultare più efficace sul proprio territorio. Avevamo anche ben presente la necessità di modificare strategie e atteggiamenti derivante dalla constatazione, ormai ampiamente condivisa, che la mafia è cambiata. L’espansione in diverse regioni d’Italia e la propensione internazionale, l’infiltrazione nella politica e nelle Istituzioni, la camaleontica intrusione nell’economia e nella finanza hanno dimostrato una capacità di adattamento mafioso che stravolge alcune vecchie categorie. Taluni, però, hanno cominciato a sottovalutare il fatto che il fenomeno estorsivo costituisce ancora, attraverso il controllo del territorio che ne deriva, la principale e irrinunciabile esigenza delle mafie.
La nostra intenzione era ed è tuttora quella di contribuire nel nostro piccolo a collaborare con gli organi dello Stato mettendo a disposizione quello che da volontari sappiamo meglio fare: parlare con gli imprenditori, stabilire un’alleanza con i cittadini sui temi della legalità attraverso il progetto del consumo critico, e stimolare imprenditori sani nella gestione dei beni sequestrati e confiscati ai mafiosi, mettendo in evidenza lo scandaloso fallimento dello Stato sul tema della sottrazione dei patrimoni ai mafiosi e sul loro reimpiego.
Da subito, però, abbiamo dovuto misurarci con imprevedibili ostacoli istituzionali, locali e nazionali. Abbiamo percepito una crescente fastidio e una scarsa considerazione per quello che il movimento delle associazioni antiracket ha rappresentato sin dall’iniziale rivoluzionaria esperienza a Capo d’Orlando ma, soprattutto, per ciò che ancora oggi rappresenta.
Alcuni episodi ci mostrano diversi organi e uffici dello Stato che sembrano aver perso la capacità di adottare una strategia comune nella lotta alla mafia, ciascun drappello vaga per conto suo e il nemico, dall’alto della collina, brinda e festeggia godendosi lo spettacolo.
Tanto per cominciare, dall’ufficio del Commissario nazionale per le iniziative antiracket e antiusura abbiamo poche notizie (l’attuale Commissario da un anno e mezzo si rifiuta di ricevere una delegazione della nostra Federazione) e giungono direttive secondo le quali le associazioni antiracket dovrebbero adottare modalità operative più professionali. Naturalmente non possiamo condividere questa impostazione che ci sembra un disegno pericolosamente normalizzatore e che ci ridurrebbe a professionisti dell’antimafia – categoria tanto vituperata dalla stampa. Siamo volontari che non percepiscono un centesimo di compenso e che grazie a questa caratteristica sono riusciti a liberare un gran numero di imprenditori dai loro oppressori. Saremo carenti dal punto di vista organizzativo, ma nessuno può negare che il notevole numero di denunce verificatosi nel tempo, impensabile per l’organizzazione repressiva dello Stato, è dovuto al fatto che i volontari delle associazioni antiracket riescono a guadagnare la fiducia degli imprenditori estorti perché parlano la loro stessa lingua.
A proposito di ostacoli. Negli ultimi anni, grazie all’intenso lavoro svolto da alcune delle nostre associazioni, centinaia di denuncie per estorsioni e relativi processi stanno avendo luogo anche nei difficili territori della Sicilia occidentale, feudi incontrastati della mafia, stravolgendo una consolidata tradizione di omertà. Proprio in questi territori alcuni Uffici dello Stato esercitano attività discrezionali incompatibili con uno Stato di diritto. Ne sono un esempio le misure di prevenzione nei confronti di taluni imprenditori, disposte anche senza prove certe da una sezione del Tribunale. Allo stesso modo le Prefetture, operando nel massimo arbitrio sulla base di semplici sospetti, con le interdittive possono infliggere danni incalcolabili e non sanabili alle imprese. Sono significative, a questo proposito, le sentenze di revoca di molte di queste misure che vengono definite frutto di metodi di inquisizione medievale e di Stato di polizia.
In virtù di tali misure, alcune imprese che hanno avuto la forza di denunciare i loro estortori liberandosi da legami ai quali nel passato erano stati costretti a sottoporsi, che hanno ricevuto il plauso di alti ufficiali delle forze dell’ordine, che hanno raccolto il pubblico riconoscimento da parte dei magistrati per il contributo importante e concreto dato ai risultati di alcuni processi, che hanno ricevuto risarcimenti dal Fondo nazionale antiracket, vengono colpiti da queste interdittive, pur non essendo destinatari neppure di un solo indizio di reato. Le conseguenze dirompenti non si esauriscono con i danni per l’impresa colpita e per l’intera economia, ma si riversano anche su quelle associazioni antiracket che, pur agendo in virtù del loro mandato istituzionale e in stretta collaborazione con le forze dell’ordine e della magistratura, diventano “inaffidabili” perché hanno accompagnato questi imprenditori alla denuncia e li assistono nei tribunali. Non a caso, la schizofrenia che impedisce ai vari organismi dello Stato di comunicare fra di loro ha recentemente prodotto le incredibili cancellazioni a catena operate da alcune Prefetture nei confronti di LiberoFUTURO Bagheria e LiberJato Partinico nel 2017 e LiberoFUTURO Palermo e Castelvetrano nel 2018. Quattro provvedimenti emessi col massimo clamore in prossimità della ricorrenza dell’uccisione di Borsellino nonché pagina oscura per lo Stato deviato.
Anche la Regione Siciliana da qualche anno ha assunto un atteggiamento di visibile insofferenza nei confronti delle nostre associazioni. A fronte di modeste erogazioni, gli uffici richiedono adempimenti sproporzionati rispetto alle somme erogate. Come se non bastasse, l’incredibile art. 17 della Legge di stabilità della Regione Siciliana del 10/7/2018 ha introdotto alcuni obblighi bizzarri e arbitrari per poter accedere a questi fondi, decretando per legge la cessazione del sostegno della Regione alle associazioni antiracket. Sostiene il relatore di questo articolato che “negli ultimi anni si è assistito ad un proliferare incontrollato di associazioni antiracket (….) che hanno contribuito ad innescare un sistema clientelare di assunzioni di figure collaboratrici”. Se sono queste le motivazioni, a parte il fatto che il numero delle associazioni antiracket in Sicilia è diminuito, sarebbe interessante sapere se questi illeciti utilizzi di fondi pubblici sono stati doverosamente segnalati alle autorità competenti.
A questo punto ci chiediamo: perché tanta disattenzione e tanto accanimento nei nostro confronti?
Perché distruggere un’esperienza che si è rivelata vincente, piuttosto che sostenerla aiutandola a crescere? E’ tanto difficile capire che i promotori della scomparsa delle associazioni antiracket rischiano di essere fiancheggiatori inconsapevoli della mafia, e che se le attività delle associazioni continueranno a essere mortificate, l’estorsione e l’omertà torneranno a essere un muro invalicabile?
Per questi motivi rivolgiamo un appello alle Istituzioni, perché non è possibile pensare di impiegare le nostre energie per combatterle, pur non rinunciando a denunciare le storture nel funzionamento di alcuni uffici. Alle Istituzioni, se sarà possibile incontrarne i rappresentanti per le diverse loro attribuzioni e competenze, chiederemo una profonda revisione delle norme sui sequestri e le confische dei beni sottratti alle mafie e sulla loro gestione, la modifica degli istituti delle misure di prevenzione e delle interdittive, ragionevoli criteri per i contributi della Regione Siciliana a favore delle associazioni antiracket e, soprattutto, chiederemo se le associazioni possono continuare a svolgere serenamente e proficuamente il proprio ruolo.
Caltanissetta, 16 settembre 2018