Articolo pubblicato il 3 febbraio 2018

Due avvocati condannati in primo grado per gravi reati di mafia tornano ad esercitare la professione perché il Consiglio di disciplina non ha avuto abbastana tempo per studiarsi le carte (sic). Trascorsi sei mesi, infatti, scade il tempo per assumere una decisione sanzionatoria e con essa anche la sospensione provvisoria decisa subito dopo gli arresti.
Questa vicenda a dir poco vergognosa testimonia quanto sia serio il tema dell’impunità per alcune categorie professionli che proprio per la responsabilità che si sono assunta verso la società dovrebbero invece rispondere a criteri di specchiata moralità.

Il Corriere della Calabria
REGGIO, TORNANO IN AULA GLI AVVOCATI CONDANNATI PER MAFIA
Il Consiglio distrettuale di disciplina forense decide di non decidere sul caso dei legali coinvolti nel maxiprocesso “Rifiuti 2”. Avrebbero fatto da tramite fra i loro assistiti in carcere e gli affiliati rimasti fuori.
REGGIO CALABRIA Ci sono troppi documenti da visionare per decidere, ma in ogni caso sono troppo pochi, dunque non si può decidere nulla e i provvedimenti di sospensione perdono efficacia. Così «dopo ampia discussione» il consiglio distrettuale di disciplina forense ha deciso di non decidere sulla sospensione dei legali Giulia Dieni e Giuseppe Putortì, entrambi condannati nel maxiprocesso antimafia “Rifiuti 2” per aver fatto da tramite fra i loro assistiti in carcere e gli affiliati rimasti fuori, permettendo di fatto al clan di rimettere le mani e continuare a gestire le imprese che erano state sequestrate. Entrambi condannati ad 8 anni di carcere, i due erano stati sospesi in via cautelare dall’attività forense dal 17 luglio scorso, data in cui ai due legali è stato notificato il provvedimento. Ma fatta la legge, trovato l’inganno. «La sospensione cautelare – ricorda il provvedimento – perde efficacia qualora, nel termine di sei mesi dalla sua irrogazione, il consiglio distrettuale di disciplina non deliberi il provvedimento sanzionatorio». Esattamente quello che è successo a Reggio, dove la locale sezione disciplinare – si legge nel provvedimento – «è stata nella assoluta impossibilità di pervenire ad un provvedimento sanzionatorio nel breve termine previsto dalla nuova legge professionale», cioè sei mesi. Motivo di tale impasse? Stando a quanto messo nero su bianco nel provvedimento, «la complessità della vicenda, anche giudiziaria, che ha coinvolto i due legali, e la necessità di acquisite ulteriore documentazione» avrebbero impedito al consigliere istruttore di redigere….SEGUE