• 09.12.2018 | 
    INTERDITTIVE PREFETTIZIE: QUALE FUTURO?

    In questi giorni, sul sito ufficiale della Giustizia amministrativa (Consiglio di Stato e TAR regionali) è stata pubblicata una riflessione del Presidente del TAR di Catanzaro NICOLA DURANTE dal titolo “L’interdittiva antimafia, tra tutela anticipatoria ed eterogenesi dei fini”.
    Un tema che ci sta molto a cuore soprattutto a seguito della grave decisione del Prefetto di Palermo di azzerare con motivasioni risibili e infamanti una rete di associazioni che in Sicilia occidentale rappresenta una realtà molto attiva a fianco delle vittime del pizzo e nel contrasto alla Mafia. Lo sciopero della fame iniziato ieri da Enrico Colajanni è un atto di protesta contro tali singoli provvedimenti ma pone più in generale la questione delle storture e dei danni che si possono determinare con le interdittive.
    Pertanto consigliamo la lettura attenta di questo scritto del Presidente del TAR di Catanzaro che propone la modifica di tali norme.
    Riportiamo di seguito le frasi conclusive del documento del Presidente DURANTE:
    “In conclusione, appare probabile che debba porsi nuovamente mano alla materia.
    Ciò, a giudizio di chi scrive, dovrebbe avvenire seguendo le seguenti direttrici.
    A livello generale, è necessario porre argine alla tendenza, anche solo inconscia, di sopperire con misure anticipatorie – specie se di tipo amministrativo (ma anche special-preventive) – alla cronica incapacità di portare avanti i processi penali in tempi accettabili.
    Occorre poi sganciare il provvedimento amministrativo dagli aspetti inquisitori e para-sanzionatori che non gli competono, fornendo all’imprenditore ampie possibilità di difesa nel procedimento e facendo sì che la misura interdittiva sia preceduta dall’ordine del prefetto di compiere, entro un certo termine, precise condotte per prevenire l’infiltrazione (c.d. self cleaning) e sia applicata solo in caso di inadempimento1.
    Infine, nell’ottica di un controllo giurisdizionale effettivo, sarebbe opportuno qualificare la posizione del privato inciso in termini di diritto soggettivo non degradabile, assoggettando il provvedimento al sindacato di giurisdizione amministrativa esclusiva. (Nicola Durante – Presidente sezione Tar Catanzaro)”

    Dal sito web GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA

    Durante, L’interdittiva antimafia, tra tutela anticipatoria ed eterogenesi dei fini, 26 novembre 2018

  • 12.11.2018 | 
    BORROMETI A MARSALA PRESENTA IL SUO LIBRO

    Sabato 17 novembre, alle 17, presso la sala conferenza (piano biblioteca) del Complesso Monumentale San Pietro, in Via Ludovico Anselmi Correale,12. Interverranno Mario Michele Giarrusso (membro Commissione nazionale antimafia e Alessandro Marsicano (imprenditore vittima di estorsione).

    Di che parla il libro: Da Antimafia Duemila

     

    DA MARSALA.LIVE.IT

    Marsala – La Portavoce M5S alla Camera dei Deputati, Piera Aiello, già testimone di giustizia, ha il piacere di invitare la cittadinanza alla presentazione del libro “Un morto ogni tanto” di Paolo Borrometi.

    La presentazione del libro in oggetto inaugura la prima tappa del “tour della legalità” di cui la neo deputata è protagonista.

    Il tour è rivolto alla diffusione della cultura della legalità, attraverso il racconto dei testimoni di giustizia, dei giornalisti di inchiesta e dei tanti esperti che, scrivendo e raccontando di mafia, hanno dato e continuano a dare un valido e indispensabile contributo alle indagini svolte dalla magistratura.

    Interverranno Mario Michele Giarrusso, Senatore della Repubblica e membro della Commissione Parlamentare Antimafia. Alessandro Marsicano, imprenditore vittima di mafia. Leggeranno alcuni passi del libro il Prof. Enzo Campisi, docente di arte e attore e il regista e attore Giorgio Magnato. Modera l’incontro il giornalista Rino Giacalone.

    L’evento si terrà sabato 17 novembre alle ore 17.00 presso la sala conferenza (piano biblioteca) del Complesso Monumentale San Pietro, in Via Ludovico Anselmi Correale,12 Marsala.

     

  • 06.11.2018 | 
    NOPIZZO! ANCHE AD AGRIGENTO SI PUO’ FARE

    Parte processo “Montagna”, Gibilaro: “Basta prepotenze mafiose, noi siamo a fianco degli imprenditori”
    Ieri mattina, dinanzi il Il Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Palermo, Dott. Marco Gaeta, si sono presentati numerosi imprenditori capaggiati dal Presidente di Libero Futuro Agrigento Gerlando Gibilaro i quali hanno chiesto di costituirsi parte civile.
    Dichiara il Presidente Gerlando Gibilaro: “Oggi è iniziato il processo contro quella parte della mafia agrigentina coinvolta nell’operazione “Montagna” realizzata dai Carabinieri nel gennaio di quest’anno.
    L’associazione LiberoFUTURO Agrigento ha assistito numerosi imprenditori di varie provincie siciliane coinvolti come vittime con l’aiuto anche delle altre associazioni della Rete NOMAFIE.
    Il numero elevato di imprenditori che hanno collaborato con gli investigatori, ci incoraggia a proseguire l’azione di sensibilizzazione che da oltre due anni la nostra associazione, composta da numerosi imprenditori denuncianti, svolge con grande sacrificio e impegno.
    Invitiamo tutti gli imprenditori agrigentini che non sono più disposti a sottostare alle prepotenze mafiose a prendere esempio dai colleghi che oggi si sono costituiti parte civile con il sostegno della nostra associazione e di mettersi a disposizione delle Forze dell’Ordine e della Magistratura denunciando i mafiosi e facilitando le indagini.
    Naturalmente noi di LiberoFUTURO Agrigento siamo sempre disponibili a dare una mano e un incoraggiamento a tutti coloro che vorrebbero denunciare ma non trovano il coraggio per farlo. In questi ultimi tre anni abbiamo già assistito numerosi imprenditori sviluppando una collaborazione costante con le Forze dell’ordine e auspichiamo che molti altri si aggiungano nel prossimo futuro”.
    Questa mattina, assistiti dall’Avv.Luigi Troja, si sono costituiti parte civile l’Associazione Libero Futuro Agrigento e Palermo, nonché gli imprenditori Giuseppe Milioti e Antonino Pollara.

  • 15.10.2018 | 
    CONTRO LE MAFIE ECONOMIA SANA

    Il Procuratore Gratteri si sofferma, fra l’altro, sulla questione critica della gestione dei beni sequestrati che normalmente vanno in malora dopo anni di attesa delle sentenze e che invece andrebbero immediatamente utilizzati con l’aiuto delle associazioni e delle imprese sane.
    LiberoFUTURO con i suoi imprenditori è da tempo impegnata su questo fronte ma l’esperienza è stata assolutamente negativa. Chi di noi, ad esempio, è intervenuto su un bene sequestrato, in virtù di un contratto autorizzato dal giudice, viene sfrattato al momento della confisca definitiva dall’Agenzia Beni Confiscati che non tiene neppure conto degli investimenti fatti e non ancora ammortizzati.
    Questo è solo un esempio e presto torneremo su questo tema strategico per il successo della lotta all’economia mafiosa. Intanto apprezziamo le dichiarazioni del Procuratore che come suo costumo non ha paura di mettere il dito nella piaga.

    DA ANTIMAFIADUEMILA

    ‘Ndrangheta: Gratteri, creare modello sociale alternativo.
    Il Procuratore di Catanzaro intervistato a manifestazione “Con il Sud”
    Polistena. “Qui vedo persone pulite, perbene, che fanno antimafia seria e concreta. Lavorano, rischiano e ci mettono la faccia. Servono persone così per sconfiggere le mafie, al di là della repressione. Magari non sono ancora moltissimi, ma quello che conta è l’idea: creare un modello sociale ed economico alternativo e reale. Questa è la strada giusta. Questo è l’antidoto al consenso sociale verso le mafie”. Lo ha detto il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, intervistato da Giovanni Minoli a Polistena nel corso della manifestazione “Con il Sud, prima e dopo”, promossa dalla fondazione “Con il Sud”. “Il mio compito di Procuratore – ha aggiunto Gratteri, secondo quanto riferisce un comunicato degli organizzatori della manifestazione – è fare da testa di ariete ed andare avanti per bonificare le aree infestate dalla ‘ndrangheta. E associazioni come ‘Con il Sud’ completano e integrano il mio lavoro”.

    ‘Ndrangheta:Gratteri, rendere fruibili prima beni confiscati. “Non si possono tenere congelati per anni in attesa sentenza”
    Polistena. “La confisca è uno strumento formidabile di lotta alla criminalità organizzata, ma bisogna investire di più nell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati. Un minuto dopo il sequestro, devono intervenire quelle associazioni che si impegnano e creano alternative e riempiono il vuoto”. Lo ha detto il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, intervenendo a Polistena nel corso della manifestazione “Con il Sud, prima e dopo”, promossa dalla fondazione “Con il Sud”. “Non si può tenere congelato per anni un bene confiscato – ha aggiunto Gratteri – in attesa di una sentenza. Bisogna renderlo fruibile il prima possibile”.

    ANSA

     

  • 08.10.2018 | 
    NOMAFIE SCRIVE A SALVINI

    La Rete NOMAFIE invia al ministro Salvini una lettera aperta per sottoporgli alcune gravi questioni che riguardano la sopravvivenza delle associazioni antimafia e antiracket e lo sviluppo stesso dell’azione sociale contro le mafie e la corruzione.

    Al Ministro dell’Interno
    Gentilissimo Ministro Salvini,
    Le scriviamo per esporLe una grave situazione che vede il movimento antiracket/antimafia della Sicilia occidentale sostanzialmente azzerato, in particolare per iniziativa della Prefettura di Palermo. Avendo apprezzato la sua determinata intenzione di portare avanti e con durezza sia il contrasto alle organizzazioni mafiose che alle storture e alle deficienze del sistema di contrasto – che purtroppo esistono – siamo certi che vorrà prendere in considerazione questo nostro appello e che vorrà intervenire ridando fiducia ai tanti volontari e agli imprenditori che in questi anni si
    sono esposti per consentire all’imprenditoria di sottrarsi alle minacce malavitose.
    Ma veniamo ai fatti:
    In coincidenza con la ricorrenza dell’attentato a Borsellino, nel 2017 e con il massimo clamore le associazioni antiracket LiberoFUTURO Bagheria e LiberJato di Partinico sono state cancellate dall’albo prefettizio di Palermo. Nel 2018, dodici mesi dopo, è stato il turno di LiberoFUTURO Palermo e LiberoFUTURO Castelvetrano.
    Si tratta di associazioni che negli anni hanno accompagnato alla denuncia e nei processi oltre trecento imprenditori, dando concreta vita all'antimafia del fare.
    L’accusa, identica per tutte e quattro le associazioni e contenuta nei provvedimenti della Prefettura, è di aver assistito alcuni imprenditori che avrebbero un curriculum non illibato: si tratta degli stessi imprenditori che sono oggi costituiti parte civile nel celebre processo nisseno contro i Sigg Saguto Silvana, Nasca Rosolino e Provenzano Carmelo; sono gli stessi imprenditori encomiati da illustri esponenti dell’Arma dei Carabinieri e dalla Procura della Repubblica locale che li hanno riconosciuti in linea con le istituzioni per l’apporto dato nei processi pendenti, in termini di piena e
    incondizionata testimonianza contro i criminali; sono gli stessi imprenditori ritenuti meritevoli di risarcimenti da parte dello Stato e di provvisionali a carico dei mafiosi.
    Nel frattempo, la Prefettura emette inspiegabilmente a carico degli stessi imprenditori misure antimafia ostative. Parliamo di imprenditori – quelli ritenuti controindicati e motivo di esclusione dell’associazione Antiracket dall’albo prefettizio – che peraltro non sono mai stati raggiunti da nessun provvedimento, né sono mai stati condannati o neppure indagati e ancor meno per reati di mafia. E in ogni caso, le nostre associazioni decidono o meno di assistere un imprenditore affidandosi preventivamente alle indicazioni fornite dalle forze di polizia.
    Può lo Stato – nella sua espressione Ministeriale-Prefettizia – ignorare la collaborazione con le Forze dell’ordine e le Procure di questi imprenditori, che hanno fatto arrestare numerosi mafiosi e che oggi sono anche costituiti parte civile nel celebre processo nisseno sopra ricordato? L’inconsistenza delle motivazioni dei provvedimenti prefettizi ci porta a credere che le motivazioni siano altre. Negli anni, infatti, le quattro associazioni, oltre a svolgere un’azione costante di diffusione della cultura della denuncia e di assistenza alle vittime, non hanno taciuto di fronte a provvedimenti abnormi delle Prefetture o della Sezione per le misure di Prevenzione di Palermo. In particolare si opposero a un’interdittiva prefettizia che bloccò per sei mesi la più grande opera pubblica di Palermo degli ultimi decenni, il “passante ferroviario”, e oggi scopriamo che il colonnello della DIA che la propose è finito in galera con Antonello Montante proprio perché condizionava il settore degli appalti.
    Successivamente queste associazioni sostennero l’emittente TeleJato di Pino Maniaci rilanciando le rivelazioni gravi che l’emittente per due anni fece sulla gestione Saguto. La stessa cosa fu fatta a sostegno del Prefetto Caruso quando, da Direttore dell’Agenzia Nazionale per i beni confiscati, denunciò le storture del sistema che, ad esempio, vedeva certi beni confiscati affidati per decenni ad amministratori invece di essere destinati all’utilità pubblica. Come sappiamo, Maniaci è finito sotto accusa per un’inverosimile estorsione di trecento euro più IVA, il Prefetto Caruso fu umiliato in Commissione antimafia che al contempo esprimeva solidarietà alla Saguto, e le quattro associazioni sono state messe al bando. E ancora, la decisione di numerose associazioni siciliane di uscire dalla Federazione antiracket FAI e di fondare la nuova Rete NOMAFIE deve aver provocato molta irritazione in taluni ambienti.
    A questo si aggiungano le recenti incredibili misure disposte dall’Assemblea Regionale Siciliana che di fatto precludono l’accesso al modesto contributo che ha finora consentito a molte associazioni di sopravvivere, e i criteri adottati dalle Prefetture per l’iscrizione negli albi prefettizi, che emarginano associazioni, come la nostra ACIB di Brolo (ME), che hanno fatto la storia del movimento antiracket in Italia. Questi e altri motivi, che omettiamo di evidenziare in questa sede, ci inducono a essere estremamente amareggiati e preoccupati per gli atteggiamenti oscuri e incomprensibili che stanno caratterizzando l’operato delle Istituzioni volto a mortificare il movimento antiracket in Sicilia. In questa situazione non ci sarà da stupirsi se le denunce diminuiranno e fa rabbia pensare che gli unici a trarne vantaggio saranno soltanto i mafiosi.
    Per questi motivi abbiamo sentito l’urgenza di sottoporre alla Sua attenzione quanto detto finora, e La ringraziamo fin d’ora per un Suo intervento risolutivo.
    Salvatore Giuffrida
    Presidente della Federazione Rete No Mafie

  • 20.09.2018 | 
    VOGLIONO ZITTIRCI MA NOMAFIE NON SI FERMA

    Quattro associazioni antiracket della Sicilia occidentale, che negli anni hanno svolto un’enorme lavoro a sostegno di centinaia di imprenditori vittime del racket del pizzo e per la diffusione della cultura della denuncia, sono state messe al bando dalle Prefetture di Palermo e Trapani con il massimo clamore proprio il 19 luglio giorno (ricorrenza Borsellino) e in prossimità delle ferie.
    L’accusa di infiltrazione mafiosa si infrange contro il dato incontrovertibile che tutti gli imprenditori citati nell’interdittiva e assistiti negli anni dalle quattro associazioni hanno denunciato una o più volte, si sono costituiti parte civile e sono stati risarciti e lodati dalle sentenze. Nessuno di loro, inoltre, ha subito negli ultimi anni indagini per reati gravi e tanto meno per mafia.
    Pertanto le ragioni di tanto accanimento vanno ricercate altrove. La nostra propensione a criticare provvedimenti interdittivi insensati come quello ricevuto dalla SIS per il passante ferroviario di Palermo sicuramente ha irritato la nostra burocrazia. Oggi, però, scopriamo che a proporre quel provvedimento fu un certo Colonnello D’Agata della DIA di Palermo finito di recente in galera con Montante. Le nostre critiche aspre alla Saguto ed il sostegno dato a TeleJato e Maniaci mentre tutti tacevano sicuramente non sono state gradite così come il nostro plauso al Direttore Caruso dell’Agenzia dei beni confiscati quando denunciava fatti gravi nella gestione dei beni.
    Vista l’inconsistenza assoluta delle motivazioni dei gravi provvedimenti prefettizzi contro le quattro associazioni, sapendo che certi burocrati considerano anti istituzionali queste nostre prese di posizione e viste le ritorsioni subite da Maniaci e Caruso riteniamo verosimile questa nostra ipotesi.
    Naturalmente non ci scoraggiamo più di tanto e l’impegno a contrastare la mafia, la corruzione e la burocrazia malata nei limiti delle nostre forze resta immutato.

    Documento approvato dall’assemblea delle associazioni antiracket aderenti alla Federazione Rete No Mafie tenuta a Caltanissetta il 16 settembre 2018 (Documento Assemblea Retenomafie 16.9.2018)

    Quando il 12 febbraio del 2017 alcune associazioni antiracket siciliane ci siamo incontrate, proprio qui a Caltanissetta, per dare vita alla Federazione Rete No Mafie, intendevano creare un organismo agile, al cui interno si potessero sperimentare nuove forme di contrasto alla mafia da affiancare alle tradizionali attività di accompagnamento alla denuncia degli imprenditori minacciati dalle estorsioni. Ciascuna associazione, pur operando autonomamente, avrebbe avuto la possibilità di rielaborare proposte ed esperienze comuni e impegnare le proprie capacità e le proprie risorse per risultare più efficace sul proprio territorio. Avevamo anche ben presente la necessità di modificare strategie e atteggiamenti derivante dalla constatazione, ormai ampiamente condivisa, che la mafia è cambiata. L’espansione in diverse regioni d’Italia e la propensione internazionale, l’infiltrazione nella politica e nelle Istituzioni, la camaleontica intrusione nell’economia e nella finanza hanno dimostrato una capacità di adattamento mafioso che stravolge alcune vecchie categorie. Taluni, però, hanno cominciato a sottovalutare il fatto che il fenomeno estorsivo costituisce ancora, attraverso il controllo del territorio che ne deriva, la principale e irrinunciabile esigenza delle mafie.
    La nostra intenzione era ed è tuttora quella di contribuire nel nostro piccolo a collaborare con gli organi dello Stato mettendo a disposizione quello che da volontari sappiamo meglio fare: parlare con gli imprenditori, stabilire un’alleanza con i cittadini sui temi della legalità attraverso il progetto del consumo critico, e stimolare imprenditori sani nella gestione dei beni sequestrati e confiscati ai mafiosi, mettendo in evidenza lo scandaloso fallimento dello Stato sul tema della sottrazione dei patrimoni ai mafiosi e sul loro reimpiego.
    Da subito, però, abbiamo dovuto misurarci con imprevedibili ostacoli istituzionali, locali e nazionali. Abbiamo percepito una crescente fastidio e una scarsa considerazione per quello che il movimento delle associazioni antiracket ha rappresentato sin dall’iniziale rivoluzionaria esperienza a Capo d’Orlando ma, soprattutto, per ciò che ancora oggi rappresenta.
    Alcuni episodi ci mostrano diversi organi e uffici dello Stato che sembrano aver perso la capacità di adottare una strategia comune nella lotta alla mafia, ciascun drappello vaga per conto suo e il nemico, dall’alto della collina, brinda e festeggia godendosi lo spettacolo.
    Tanto per cominciare, dall’ufficio del Commissario nazionale per le iniziative antiracket e antiusura abbiamo poche notizie (l’attuale Commissario da un anno e mezzo si rifiuta di ricevere una delegazione della nostra Federazione) e giungono direttive secondo le quali le associazioni antiracket dovrebbero adottare modalità operative più professionali. Naturalmente non possiamo condividere questa impostazione che ci sembra un disegno pericolosamente normalizzatore e che ci ridurrebbe a professionisti dell’antimafia – categoria tanto vituperata dalla stampa. Siamo volontari che non percepiscono un centesimo di compenso e che grazie a questa caratteristica sono riusciti a liberare un gran numero di imprenditori dai loro oppressori. Saremo carenti dal punto di vista organizzativo, ma nessuno può negare che il notevole numero di denunce verificatosi nel tempo, impensabile per l’organizzazione repressiva dello Stato, è dovuto al fatto che i volontari delle associazioni antiracket riescono a guadagnare la fiducia degli imprenditori estorti perché parlano la loro stessa lingua.
    A proposito di ostacoli. Negli ultimi anni, grazie all’intenso lavoro svolto da alcune delle nostre associazioni, centinaia di denuncie per estorsioni e relativi processi stanno avendo luogo anche nei difficili territori della Sicilia occidentale, feudi incontrastati della mafia, stravolgendo una consolidata tradizione di omertà. Proprio in questi territori alcuni Uffici dello Stato esercitano attività discrezionali incompatibili con uno Stato di diritto. Ne sono un esempio le misure di prevenzione nei confronti di taluni imprenditori, disposte anche senza prove certe da una sezione del Tribunale. Allo stesso modo le Prefetture, operando nel massimo arbitrio sulla base di semplici sospetti, con le interdittive possono infliggere danni incalcolabili e non sanabili alle imprese. Sono significative, a questo proposito, le sentenze di revoca di molte di queste misure che vengono definite frutto di metodi di inquisizione medievale e di Stato di polizia.
    In virtù di tali misure, alcune imprese che hanno avuto la forza di denunciare i loro estortori liberandosi da legami ai quali nel passato erano stati costretti a sottoporsi, che hanno ricevuto il plauso di alti ufficiali delle forze dell’ordine, che hanno raccolto il pubblico riconoscimento da parte dei magistrati per il contributo importante e concreto dato ai risultati di alcuni processi, che hanno ricevuto risarcimenti dal Fondo nazionale antiracket, vengono colpiti da queste interdittive, pur non essendo destinatari neppure di un solo indizio di reato. Le conseguenze dirompenti non si esauriscono con i danni per l’impresa colpita e per l’intera economia, ma si riversano anche su quelle associazioni antiracket che, pur agendo in virtù del loro mandato istituzionale e in stretta collaborazione con le forze dell’ordine e della magistratura, diventano “inaffidabili” perché hanno accompagnato questi imprenditori alla denuncia e li assistono nei tribunali. Non a caso, la schizofrenia che impedisce ai vari organismi dello Stato di comunicare fra di loro ha recentemente prodotto le incredibili cancellazioni a catena operate da alcune Prefetture nei confronti di LiberoFUTURO Bagheria e LiberJato Partinico nel 2017 e LiberoFUTURO Palermo e Castelvetrano nel 2018. Quattro provvedimenti emessi col massimo clamore in prossimità della ricorrenza dell’uccisione di Borsellino nonché pagina oscura per lo Stato deviato.
    Anche la Regione Siciliana da qualche anno ha assunto un atteggiamento di visibile insofferenza nei confronti delle nostre associazioni. A fronte di modeste erogazioni, gli uffici richiedono adempimenti sproporzionati rispetto alle somme erogate. Come se non bastasse, l’incredibile art. 17 della Legge di stabilità della Regione Siciliana del 10/7/2018 ha introdotto alcuni obblighi bizzarri e arbitrari per poter accedere a questi fondi, decretando per legge la cessazione del sostegno della Regione alle associazioni antiracket. Sostiene il relatore di questo articolato che “negli ultimi anni si è assistito ad un proliferare incontrollato di associazioni antiracket (….) che hanno contribuito ad innescare un sistema clientelare di assunzioni di figure collaboratrici”. Se sono queste le motivazioni, a parte il fatto che il numero delle associazioni antiracket in Sicilia è diminuito, sarebbe interessante sapere se questi illeciti utilizzi di fondi pubblici sono stati doverosamente segnalati alle autorità competenti.
    A questo punto ci chiediamo: perché tanta disattenzione e tanto accanimento nei nostro confronti?
    Perché distruggere un’esperienza che si è rivelata vincente, piuttosto che sostenerla aiutandola a crescere? E’ tanto difficile capire che i promotori della scomparsa delle associazioni antiracket rischiano di essere fiancheggiatori inconsapevoli della mafia, e che se le attività delle associazioni continueranno a essere mortificate, l’estorsione e l’omertà torneranno a essere un muro invalicabile?
    Per questi motivi rivolgiamo un appello alle Istituzioni, perché non è possibile pensare di impiegare le nostre energie per combatterle, pur non rinunciando a denunciare le storture nel funzionamento di alcuni uffici. Alle Istituzioni, se sarà possibile incontrarne i rappresentanti per le diverse loro attribuzioni e competenze, chiederemo una profonda revisione delle norme sui sequestri e le confische dei beni sottratti alle mafie e sulla loro gestione, la modifica degli istituti delle misure di prevenzione e delle interdittive, ragionevoli criteri per i contributi della Regione Siciliana a favore delle associazioni antiracket e, soprattutto, chiederemo se le associazioni possono continuare a svolgere serenamente e proficuamente il proprio ruolo.
    Caltanissetta, 16 settembre 2018

  • 10.09.2018 | 
    INIZIATO IL PROCESSO A FERDICO & C

    Nei giorni scorsi si è svolta l’udienza preliminare del processo a Ferdico, ai tre suoi presunti complici e all’amministratore giudiziario Dott. Luigi Miserendino per la mala gestione del centro commerciale Portobello di Carini.
    L’ex direttore del centro, che aveva denunciato con l’assistenza delle ass. LiberoFUTURO Palermo e Castelvetrano, si è costituito parte civile con l’assistenza delle due associazioni (Avv. Andrea Dell’Aira) e naturalmente, quando sarà chiamato, testimonierà confermando quanto scritto in denuncia.
    I primi di ottobre 2017, in occasione degli arresti scrivemmo: “La clamorosa denuncia di un Direttore commerciale, che non ha voluto rendersi complice nella mala gestione di un bene confiscato, ha consentito alla Guardia di Finanza e alla Procura di Palermo di arrestare Ferdico, i suoi complici ed l’amministratore giuduziario Miserendino.
    L’intervento indebito di Ferdico nella gestione del centro commerciale di Carini avveniva sfacciatamente alla luce del sole e il Direttore, che aveva anche subito richieste estorsive, non trovando l’appoggio dell’Amministratore guiudiziario si rivolse a LiberoFUTURO Palermo e Castelvetrano che naturalmente lo accompagnarono a denunciare.
    L’operazione di oggi conclude un’indagine durata oltre un anno e dimostra la fondatezza delle accuse fatte dal nostro imprenditore. Un’altra pagina oscura per le misure di prevenzione ma anche una vittoria per lo Stato che con l’aiuto degli imprenditori onesti e coraggiosi riesce ad intervenire con successo.

    Rassegna stampa 2017

    Repubblica Palermo
    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/10/03/news/un_imprenditore_ha_denunciato_ferdico_e_l_amministatore_diceva_chi_me_lo_fa_fare_di_intervenire_-177229826/amp/

  • 30.08.2018 | 
    C’è del marcio in Prefettura…

    Ciò che emerge da quest’articolo del Corriere della Calabria e dalle varie indagini di cui parla descrive uno scenario che rende più comprensibili le ragioni per cui numerose Prefetture adottano provvedimenti tanto devastanti quanto immotivati. Ne consigliamo la lettura attenta e noi presto torneremo sul tema convinti come siamo che le Mafie non sono l’unico problema per lo sviluppo democratico della nostra società.

    Ma che succede al Viminale? E che va capitando nelle prefetture calabresi? E, più in generale, nel delicato settore delle interdittive antimafia alle aziende e delle nomine dei commissari prefettizi dopo lo scioglimento di comuni per sospette infiltrazioni?
    A porre interrogativi imbarazzanti non sono più singole istituzioni locali o interessati imprenditori. Da ultimo anche diversi tribunali amministrativi, e lo stesso Consiglio di Stato, hanno ritenuto necessario trasmettere atti alle procure della Repubblica competenti, sollecitando una verifica nel merito di alcune decisioni prefettizie.

    Risultati immagini per corriere della calabria

    IL COLLE CHIEDE SPIEGAZIONI Su questo contesto già sovraccarico di perplessità circa una ruolo “politico”, esercitato da alcuni organi di governo, ecco abbattersi oggi anche l’ira del Quirinale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha per nulla gradito la sorpresa di aver firmato un decreto di nomina con il quale mette alla guida della gestione commissariale di un comune sciolto per mafia e fortemente strategico nell’ambito delle indagini sulla criminalità mafiosa, un viceprefetto a sua volta indagato per rivelazione di segreti d’ufficio e abuso di potere in vantaggio di una ditta padana e ai danni di altra azienda siciliana.
    E siccome quando c’è una rogna la Calabria risponde sempre “presente”, ecco che anche questa imbarazzante pagina istituzionale si radica, appunto, in Calabria.
    Il 9 agosto scorso Mattarella firma la nomina del viceprefetto Pasquale Aversa, in servizio alla Prefettura di Padova, a commissario prefettizio per il Comune di Gioia Tauro, sciolto per infiltrazioni mafiose. Un incarico delicato in un posto delicato: Gioia Tauro è la città del Porto ed è la culla di quella che Pino Arlacchi battezzò come «la mafia imprenditrice». Nessuno si è premurato di informare Mattarella del fatto che il viceprefetto Aversa era in ferie e doveva lasciare Padova per una brutta rogna, essendo indagato dalla procura della città del Santo per rivelazione di atti d’ufficio e favoreggiamento personale.

    MATTARELLA NON GRADISCE LA DOPPIA MORALE Nulla di accertato, per amor del cielo, magari presto si scoprirà l’assoluta innocenza del viceprefetto inquisito ma non è proprio forzando la lettura di atti giudiziari che spesso vengono mosse interdittive a imprese e sciolti comuni a sospetto di infiltrazione mafiosa? Ecco, forse non era il caso di nominare un indagato a commissario prefettizio di Gioia Tauro. Almeno così la leggono i collaboratori di Sergio Mattarella che, in queste ore, si ritrovano a chiedere conto al Viminale su questa e altre “singolarità” che farebbero temere su un eccessivo abbassamento della qualità fin qui garantita dal circuito prefettizio del ministero dell’Interno.

    CATANZARO-FIRENZE, PASSANDO PER CROTONE E PRATO Se a questo si aggiunge (e, ahinoi, si aggiunge eccome…) che il Tar di Catanzaro, in sincronia con quello di Firenze, bocciano, in via di accertamento pregiudiziale, delle interdittive ad aziende, operate dalle prefetture di Catanzaro e Prato con un danno patrimoniale accertato di oltre 40 milioni di euro e, nel farlo, i due tribunali amministrativi dispongono ulteriori accertamenti sull’operato del ministero dell’Interno e sollecitano l’intervento della magistratura ordinaria, ecco che il quadro diventa ancora più destabilizzante.
    Ma non è finita, perché arriva anche la notizia che gli ultimi otto anni di attività della Prefettura di Crotone sono oggetto di indagine da parte della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. In proposito, fischiano le orecchie anche al nuovo titolare del Viminale, Matteo Salvini, perché oggetto dell’indagine del procuratore distrettuale Nicola Gatteri e del procuratore aggiunto Vincenzo Luberto sono proprio i flussi finanziari, enormi, che quella Prefettura ha gestito con riferimento al più grande centro di accoglienza per immigrati esistente in Europa: il famigerato Cara di Isola Capo Rizzuto.

    LA PROCURA ANTIMAFIA INDAGA SULLA PREFETTURA Al centro dell’indagine, nata da una costola dell’operazione “Jonny”, che portò a una retata eccellente, dimostrando il controllo degli appalti da parte della cosca degli Arena, attraverso la società “Il quadrifoglio”, che dalla Prefettura aveva ottenuto la gestione della mensa per gli extracomunitari. Tale società, scattati gli arresti, è stata commissariata dal Tribunale di Catanzaro e affidata a custodi giudiziari. Successivamente, è stata affiancata da altra azienda, la Ristorart che, tuttavia, prima di farlo, aveva chiesto e ottenuto l’autorizzazione della Prefettura. Dopo due anni da tale autorizzazione, e mentre la “Quadrifoglio” otteneva e manteneva dalla Prefettura anche la gestione (su incarico diretto) della mensa della questura crotonese, la Ristorart si è vista raggiungere da una interdittiva proprio in ragione dei rapporti con tale azienda.
    L’interdittiva viene adottata dalla Prefettura di Prato, avendo in quella città la sede legale la Ristorart, si potrebbe pensare a un cattivo funzionamento delle comunicazioni tra le Prefetture di Crotone, Catanzaro e Prato. Ci può stare, ma ecco che dalle prime indagini sarebbero emerse delle singolari coincidenze.

    IL PREFETTO DI PRATO POTEVA NON SAPERE? Anche qui, per carità, tutto ancora deve essere valutato e soppesato e ben per questo ci saranno le necessarie indagini, ma alcuni punti fermi già esistono: il prefetto di Prato che firma l’interdittiva è Rosalba Scialla che, nel 2010, lavorava proprio come viceprefetto nella Prefettura di Crotone. Erano gli anni d’oro del centrodestra calabrese, gli imprenditori della “Quadrifoglio” avevano un ruolo politico di grande evidenza. Lo stesso lavoro della viceprefetto Scialla era apprezzatissimo, al punto da spingere le Corte d’appello a nominarla presidente della commissione elettorale per la provincia di Crotone.
    Erano gli anni in cui Crotone aveva grande visibilità istituzionale: Scopelliti aveva stravinto le Regionali e aveva voluto come vicepresidente della giunta Antonella Stasi, imprenditrice si successo in Crotone.
    Avrà anche altri incarichi delicati come quello di commissario prefettizio in due comuni calabresi sciolti per mafia: Corigliano Calabro e Siderno. E anche su quest’ultimo incarico non mancano oggi le polemiche per via di una iniziativa assunta dall’ormai ex sindaco Pietro Fuda, che ha trascinato in giudizio (prima udienza il 5 settembre prossimo) i commissari prefettizi per supposti danni erariali procurati alle casse comunali con la concessione della riscossione dei tributi a una società che poi sarebbe fuggita con la cassa.
    È stata questa l’ultima iniziativa del sindaco Fuda: poche settimane dopo, il suo comune è stato sciolto per supposte infiltrazioni criminali. Inutile dire che Fuda ha giurato battaglia.

    L’ESPERIENZA AMBROSIANA DELLE PREFETTE DI PRATO E CATANZARO Prima di lasciare la Calabria, comunque, a Rosalba Scialla verrà assegnato dal consiglio regionale della Calabria il prestigioso premio Anassilaos – mimosa d’oro.
    Dopo la Calabria, Milano, dove è facile ritrovare molti calabresi illustri, come l’avvocato catanzarese Michele Aiello, legale di fiducia dell’ex ministro dell’Interno e governatore della Lombardia Roberto Maroni. Anche a Milano farà un ottimo lavoro e avrà modo di conoscere un’altra donna di successo, oggi prefetto di Catanzaro, Francesca Ferrandino.
    Entrambe, infatti, durante la loro permanenza in servizio presso la Prefettura di Milano faranno parte del “Comitato metropolitano di Milano”. Un incarico delicato in territorio governato dalla Lega che, alle origini, voleva abolire le prefetture…

    VIMINALE, NAVE SENZA COCCHIERE? Insomma, c’è quanto basta per chiedersi cosa capita al Viminale, dove appare evidente come il ruolo politico, ieri come oggi, assorba totalmente i responsabili governativi del dicastero, finendo con il lasciare tutto in mano ai capi di gabinetto. Che pure sono diretta emanazione del ministro. Ieri Marco Minniti, oggi Matteo Salvini, hanno scelto in assoluta autonomia il capo di gabinetto, scelte che, però, non sono sembrate baciate dalla buona sorte. Con Minniti, Mario Morcone, che nel diventare suo capo di gabinetto lasciò il delicato ruolo di direttore del dipartimento Immigrazione, quindi responsabile della gestione dei Cara. Con Salvini, Matteo Piantedosi, che in meno di due mesi si è ritrovato nel registro degli indagati per l’indagine della Procura di Agrigento sui derelitti “soccorsi” da nave Diciotti, per non dire dell’imbarazzante vicenda che ha fatto infuriare Mattarella.
    In circostanze come queste gli inglesi usano una frase poco elegante, ma sicuramente descrittiva: «La cacca è finita nel ventilatore».

    direttore@corrierecal.it

     

  • 24.07.2018 | 
    RETE NOMAFIE SU LiberoFUTURO

    A proposito della cancellazione di Libero Futuro dall’elenco della associazioni antiracket di Palermo.

    La recente vicenda relativa alla cancellazione di Liberofuturo Palermo dall’elenco delle associazioni antiracket “affidabili” ci induce a intervenire su un argomento che da qualche tempo è fonte di gravi equivoci e di interessate speculazioni.
    Questa esclusione illogica, approssimativa e discutibile ci ha provocato sconcerto e incredulità. La decisione della Prefettura di Palermo, infatti, con argomentazioni parziali e spericolate, sembrerebbe addebitare a Liberofuturo la responsabilità di aver accompagnato alla denuncia alcuni soggetti in qualche modo legati ad ambienti mafiosi e colpiti da interdittive, provvedimenti prefettizi che escludono alcuni imprenditori dalla possibilità di ricevere commesse da enti pubblici. Non tiene conto, la Prefettura di Palermo, che tali imprenditori hanno avuto il sostegno di Liberofuturo in stretto raccordo e su sollecitazione delle Forze di Polizia e che in sede giudiziaria questi stessi imprenditori hanno ricevuto riconoscimenti per la loro fattiva collaborazione. Per fortuna, nessuna accusa di contiguità con ambienti mafiosi è stata sollevata nei confronti dell’associazione. Nelle argomentazioni, la Prefettura sembra ignorare che Liberofuturo Palermo ha accompagnato 300 imprenditori nella denuncia, contribuendo, assieme ad altre associazioni antiracket, al risveglio della coscienza civile in un territorio fortemente ostile alla legalità. Da questo episodio risulta ancora una volta evidente quanto il comportamento incoerente dei diversi pezzi dello Stato incapaci di comunicare fra di loro potrà rivelarsi disastroso quando si chiederà ad altri imprenditori di denunciare per liberarsi dal giogo soffocante della criminalità. Questa vicenda ci induce a sottolineare l’urgenza che alcune norme in materia di interdittive, varate con carattere di leggi eccezionali, vengano presto rivedute e si ritorni a uno stato di diritto che impedisca l’arbitrio dei funzionari su un campo così delicato. Allo stesso modo, al di là dei convegni e delle dichiarazioni di principio, lo Stato ha il dovere di mostrare in che modo intende arginare il fenomeno mafioso e se in questo disegno la presenza delle associazioni antiracket continua ad avere il ruolo strategico e rivoluzionario che ha avuto in questi decenni. Il movimento delle associazioni antiracket oggi più che mai ha bisogno di stimoli e di sostegni da parte delle Istituzioni che dovrebbero arginare il fenomeno mafioso. C’è netta – al contrario – la sensazione che stia toccando i minimi storici l’originaria attenzione per l’esperienza innovativa dell’associazionismo antiracket, che ha contribuito a ridare speranza a migliaia di imprenditori stretti nella morsa mafiosa, e che questa attenzione venga rimpiazzata in modo strisciante da ottusi atteggiamenti burocratici nei confronti dell’impegno di centinaia di volontari i quali ancora operano talvolta mettendo a rischio la propria incolumità. Con l’occasione non possiamo non riconoscere lo straordinario cambiamento operato da Liberofuturo dal 2004 nel difficile territorio di Palermo, anche grazie all’infaticabile e generosa attività di Enrico Colajanni, suo principale animatore, al quale va la stima incondizionata della nostra Federazione. Salvatore Giuffrida Presidente di Federazione ReteNomafie

  • 22.07.2018 | 
    LiberoFUTURO AL SERVIZIO DELLA MAFIA?

    E’ di dominio pubblico la nota Prefettizia che ha disposto la cancellazione (salvo diverso provvedimento in sede Giursdizionale) di LiberoFuturo dall’Elenco tenuto presso le Prefetture.
    Tale provvedimento muove dalla controindicazione rinvenuta nell’assistenza offerta agli imprenditori Virga di Marineo (già soci dell’Associazione Antircaket di Bagheria) cui LiberoFuturo ha prestato assistenza.
    Dalla controindicazione che il Virga aveva in quanto altresì legato a Diesi Franco (imprenditore che pure LiberoFuturo ha supportato nel percorso di denunzia e testimonianza nei processi di Mafia).
    Dalla controindicazione che discenderebbe dal fatto che Diesi Franco sarebbe stato altresì vicino a Russso Roberto (pure associato di LiberoFuturo)
    Che uno degli Avvocati dell’associazione sarebbe la moglie di un soggetto, vicino al gruppo imprenditoriale Virga, nei confronti del quale è stata resa una interdittiva nell’anno 2017 e sequestrata un’azienda (oggi dissequestrata dalla medesima Autorità).
    E che questo soggetto (marito del predetto legale) sarebbe stato visto parlare nel 1999, nel 2003 e 2004 con soggetti controindicati.
    Che il Presidente Enrico Colajanni (cui è oggi subentrato Guido Cosentino) avrebbe commesso diverse leggerezze nel – sostanzialmente – accogliere sotto l’ombrello “protettivo” dell’associazione antiracket soggetti che – non poteva non sapere – avessero un curriculum non illibato.
    Per dovere di precisione ci sono due cose che vanno immediatamente precisate :
    1. Nessuno dei soggetti citati è coinvolto in procedimenti penali per mafia od altri reati di tal guisa
    2. TUTTI i soggetti citati sono stati accompagnati e supportati in un percorso di denunzia di fatti criminali di mafia (come i Virga, di cui si dirà tra breve, che sono stati accompagnati nella costituzione di parte civile dall’ufficio legale del Comitato Addiopizzo).
    Ed è proprio su questo secondo tema che si infrange la questione più delicata che è poi il minimo comune multiplo dell’informativa che cancella LiberoFuturo dall’elenco prefettizio.
    LiberoFuturo ha sino ad oggi accompagnato e supportato oltre 300 vittime di mafia nel doveroso percorso di denunzia e successiva costituzione di parte civile.
    Riteniamo che compito di tale importante branca della società civile, oltre ad una doverosa verifica iniziale quantomento connessa alla sussistenza di procedimenti penali a carico del soggetto che si propone all’associazione (e nella stragrande maggioranza dei casi ciò avviene perché segnalati dalle FFOO), sia la verifica della fondatezza delle affermazioni e del fatto delittuoso che vuol essere denunziato perché se questo è fondato l’Associazione non può e non deve tergiversare, deve immediatamente accompagnare il soggetto alla denunzia e supportarlo nel difficile percorso di tenuta di un accusa contro i mafiosi.
    Si può disquisire sul “perché” un soggetto decida in una dato momento della propria vita imprenditoriale di denunziare ed i motivi – sociologicamente – possono essere tanti ma non si può tollerare che tale doverosa “riflessione” ritardi o impedisca l’arresto di un criminale.
    Ma anche ad ammettere che un imprenditore abbia avuto nel passato un percorso di vita in cui ha commesso reati, e che un dato momento decida di iniziare un percorso nuovo, credere nello Stato e nelle Istituzioni, denunziare, non piegarsi più a logiche di compromesso affaristiche cosa dovrebbe fare lo Stato o la società civile (di cui sono espressione le associazioni antiracket), dire che è “troppo tardi” per iniziare a rispettare le Leggi? Dire che il curriculum non consente più di diventare una persona onesta? Od incoraggiare il cambiamento nella speranza mai sopita che anche questa terra possa cambiare?
    E proprio in virtù del cambiamento in cui crediamo fortemente, il nostro impegno proseguirà costante nel rispetto della Legalità e della Giustizia non guardando al passato, ma al presente e al futuro.
    Nello start up della misura di Prevenzione che ha attinto la famiglia Virga questi – che erano da poco stati ammessi al fondo speciale vittime di mafia e che sono oggi costituiti parte civile contro I Sigg Saguto Silvana, Nasca Rosolino e Provenzano Carmelo nel celebre processo nisseno – sono stati descritti come imprenditori assolutamente in linea con le Istituzioni (beneficiari persino di un encomio formale del Prefetto di Enna per il contributo all’ordine pubblico legato all’arresto di un mafioso del territorio) da parte di rappresentanti delle Istituzioni quali Dr Accordino Francesco (Primo Dirigente della Polizia di Stato in quiescenza, già parte della squadra dei D.rri Cassarà e Montana, memoria storica del contrasto a cosa nostra in Sicilia), il Col Piccinelli Paolo (Com.te P.le Pescara, per 11 anni in Sicilia e per 3 Comandante del Reparto Operativo in Palermo) , il Col Daidone Baldassarre (Com.te Reggimento Lazio già Com.te P.le Enna dal 2010 al 2014), l’Isp Capo P.S. Vutano Salvatore (oggi in quiescenza ma operativo nel territorio di Partinico dal 1986 al 2003) ed il Cap. Di Gesare Salvatore (Comandante del nucleo informativo di Palermo già Comandante – dal 2007 al 2015 – della II sez del nucleo operativo ).
    I due collaboratori di Giustizia (Brusca e Giuffrè) sentiti a Firenze sulla famiglia Virga hanno confermato che lungi dall’essere in affari con la Mafia questi sono – nel tempo – solo ed esclusivamente stati oggetto di richieste estorsive e che si rifiutavano di pagare (subendo danneggiamenti e persino un tentato omicidio)
    Se per l’associazione è una colpa essere stata vicina a questi imprenditori – già ampiamente supportati dalle FFOO e dalla Procura della Repubblica – allora ce ne assumiamo ogni reposnsabilità perché – altrimenti ragionando – verrebbe snaturato uno dei primi doveri di una associazione antiracket che è quello di incoraggiare, supportare e non abbandonare chi ha il coraggio (vecchio o nuovo che sia) di ribellarsi finalmente al giogo mafioso
    Come riconosce la stessa nota scopo principale dell’associazionismo antiracket deve essere considerato lo “svolgimento dell’attività di sensibilizzazione delle vittime alla denuncia degli autori dei reati in materia di estorsione e usura a cui sono chiamate le associazioni”
    LiberoFuturo peraltro, per propria politica, non si è mai costituita parte civile se nello specifico processo non ha accompagnato la vittima nella propria correlata costituzione di parte civile, proprio per scongiurare quel business di cui (poco) si è discusso.
    In alcuni processi – come Apocalisse – ha accompagnato anche 15 vittime nel coronamento di un percorso iniziato proprio con lo stimolo alla denunzia ed alle collaborazioni con le FFOO dopo una pluriannuale campagna di volantinaggio e sensibilizzazione dei commercianti fatta “porta a porta” distribuendo materiale informativo ed incoraggiando il consumo critico.
    Sarebbe stato bello leggere tutte le informazioni di cui si è testè parlato, ma dare atto di tutta questa attività insieme alle controindicazioni contenute nella nota sarebbe significato ammettere che le Istituzioni, la normativa vigente ed il raccordo tra vari Organi dello Stato, oggi, più di ieri, ha un problema enorme.
    Un conto è infatti addebitare questo o quell’atteggiamento ad una costola della società civile un altro è prendere atto di sempre più frequenti momenti di black-out istituzionale.
    Buio determinato – si badi – non da condotte intenzionali o per così dire dolose, ma da un assurdo ed incomprensibile vuoto normativo.
    Come si è cennato il diniego di iscrizione nell’elenco Prefettizio è determinato solo ed esclusivamente dalla vicinanza con imprenditori associati mai attinti da alcun pregiudizio diretto e che sono stati parte attivissima nell’opera di convincimento di altri imprenditori, in un territorio così difficile a denunziare.
    Ma proprio il “caso Virga” (al di là del risalto mediatico all’interno del “cdd Caso Saguto” che li vede più che vittime di un sistema fondato su tutto tranne che sulla legalità) è l’emblema del balck out istituzionale di cui si discute.
    Non può ritenersi “normale” che alcuni rappresentanti delle Istituzioni (ai più alti livelli) ne dipingano la linearità di comportamento e la nota prefettizia invece li faccia apparire come spietati criminali tanto da determinare addirittura la cancellazione dell’Associazione cui si sono rivolti per “contaminazione”.
    Per usare le parole di uno dei coraggiosi ed encomiabili uomini della squadra del compianto Commissario Cassarà (il Dr Accordino):

    “La collaborazione del Sig. Virga è durata per oltre trent’anni, dall’inizio degli anni ’80 a qualche anno fa, quando ancora mi metteva al corrente di fatti delittuosi di cui veniva a conoscenza. Con gli organi investigativi di Polizia e Carabinieri ho sempre definito la famiglia Virga come UNA MUCCA DA MUNGERE e ho sempre ammirato la volontà di Virga di difendere il suo lavoro e la sua famiglia. Egli, peraltro, si è sempre dichiarato disponibile a incontrare i magistrati che si occupavano delle varie vicende per fornire chiarimenti e collaborazione alle indagini.
    Virga mi è stato utilissimo per le mie indagini sulle famiglie mafiose di Palermo e provincia. E’ stato utilissimo anche al mio collega Cassarà con il quale, anche sulla base delle informazioni fornite da Virga, ricostruivamo gli assetti delle famiglie mafiose.
    A causa di tutte queste denunce e collaborazioni e esternazioni contro i delitti di mafia che subiva ritengo che lo stesso fosse considerato più “sbirro” che mafioso.”

    Davanti a tali affermazioni od ad altre come quelle degli Ufficiali dell’Arma dei Carabinieri (Col. Daidone, Piccinelli o Di Gesare) del seguente tenore :
    “Abbiamo allestito la macchina del sig. Virga con dei registratori e abbiamo preparato la squadra per circondare l’area ove all’indomani si sarebbe svolto l’incontro, così che quando ciò è avvenuto abbiamo subito bloccato il soggetto in flagranza di reato.”
    Oppure:
    “So che il col. Daidone effettivamente condusse in porto con esito positivo le indagini legate al fatto denunciato dai Virga e so che per il coraggio mostrato essi ricevettero un encomio da parte del Prefetto (non ricordo esattamente se ebbero anche un parziale risarcimento dei danni da parte della Prefettura).
    La denuncia nei confronti di Polizzi Stefano, peraltro, trovava riscontro nelle risultanze delle indagini che avevano evidenziato in quel periodo la commissione di estorsioni da parte di questo soggetto anche ai danni di altri commercianti.
    Quella indagine si concluse nel mese di aprile 2012, quando fu eseguita una ordinanza di custodia cautelare in carcere resa nei confronti di Lo Gelfo Francesco, Polizzi Stefano e altri soggetti di quel mandamento mafioso”

     

    Come si può (o come può un Associazione) non fare il proprio DOVERE supportando ed accompagnando imprenditori così coraggiosi nella difficile scelta di collaborare attivamente con le FFOO.
    Ma non è un caso isolato, anche Amodeo, imprenditore trapanese nelle condizioni di cui sopra, alla prima udienza ha chiesto di sentire, non chissà quale politico o collega ma il Capo della Squadra mobile Trapanese (Dr Giovanni Leuci) che ne ha descritto un quadro non dissimile da quello di cui si è detto per i Virga.
    Ed ancora è capitato che imprenditori che subiscono – da un lato – interdittive della Prefettura, siano piuttosto – dall’altro lato – encomiati dalla Locale Procura della Repubblica per l’apporto ricevuto nei processi pendenti in termini di piena ed incondizionata testimonianza contro i criminali e siano addirittura destinatari di risarcimenti danno e provvisionali a carico dei mafiosi.
    Tutto ciò non è normale perché lo Stato più di qualsiasi altro Ente o Privato non può permettersi l’INCOERENZA.
    Oggi, molto più che un tempo, o sei contro o sei con cosa nostra.
    Non esistono zone d’ombra, aree grigie o larvati intenti collusivi (quello stadio è già – oggi – MAFIA nella sua peggiore espressione omertosa) .
    Ed allora – ed è questo il vuoto normativo cui si faceva prima riferimento – lo Stato non può non prendere una posizione decisa nei confronti di soggetti (e la Sicilia ne è ricolma) che pur avendo vissuto periodi della loro vita in cui non avrebbero denunziato neanche se avessero trovato uno stop rotto nella propria auto perché in quel preciso momento storico non solo non era iniziata alcuna rivoluzione culturale (che oggi invece è in corso) ma imperava l’omertà più buia, oggi abbiano fatto una scelta secca e decisa affiancando le FFOO e denunziando cose, fatti e circostanze che prima non si sarebbero mai sognati di dire se non addirittura di pensare.
    Se questi soggetti non sono mai stati attinti da nessun provvedimento, né sono mai stati condannati o persino indagati, ma come più sempre accade sono le nuove generazioni espressione di un diverso modo di pensare, può lo Stato punirli per il sol fatto di fare impresa in territorio Siciliano ed avere parentele controindicate dal cui modo di fare si sono comprovatamente dissociati?
    Nel caso della nota rivolta a LiberoFuturo nessuno (né gli imprenditori associati, né men che meno i Virga) ha neanche un indagine di mafia in corso.
    Anzi, come detto, ha in corso piuttosto un percorso di affiancamento allo Stato che da un verso lo encomia e dall’altro lo punisce.
    Innanzi a tale panorama quali strumenti (e correlativamente quale “colpa”) può avere un associazione che questo atteggiamento incoraggia accompagnando alla denunzia gli imprenditori estorti?
    La colpa di non avere “vigilato” o non essersi accorta di questa o quella circostanza.
    Chiedere ad una Associazione di svolgere un compito che non le deve competere non è “giusto” sotto l’aspetto etmologico del termine.
    Non ne ha gli strumenti, a differenza, ma è una polemica nella quale non si ritiene – per doveroso rispetto istituzionale di entrare – di chi avrebbe potuto sospettare di un sistema di raccomandazioni e sponsor illegittimi come quello che ha portato a formulare il capo 66 del decreto che dispone il giudizio nel cdd processo alla Dssa Saguto e che vede imputata con l’allora Prefetto di Palermo Francesca Cannizzo.
    Seguendo il medesimo ragionamento di cui alla nota oggi “per contaminazione” dovrebbe ritenersi “inaffidabile” l’intero apparato entro il quale le condotte di cui al capo 66 sono state commesse.
    Non è e non può essere così perche se qualcuno fa qualcosa “che non va” non tutti coloro che gli sono vicini ne sono complici o consapevoli.
    Ma se è vero questo – e continuiamo a fondare il nostro sistema giuridico sul principio per cui la Legge è (e deve essere) Uguale per Tutti – chiedersi come possa accadere quel che oggi si commenta non può che ritenersi legittimo.
    Che la risposta si debba invocare in sede Giurisdizionale o Normativa non è argomento semplice sotto il profilo tecnico.
    Quel che è certo che una risposta non può non esserci.
    Può lo Stato – nella sua espressione Ministeriale-Prefettizia – ignorare la collaborazione con le FFOO e le Procure nel difficile percorso teso ad incastrare gli imputati contro cui questi imprenditori testimoniano, risucchiandoli nel vortice delle informative antimafia interdittive?
    Che “messaggio” si invia così ad altri imprenditori che ancora questo percorso di denunzia non hanno avuto il coraggio di intraprendere?
    Perché se è vero che la denunzia deve oggi essere considerato un dovere morale prima ancora che civico o giuridico, il messaggio che lo Stato trasmette nei confronti di chi (con più fatica di altri essendo inserito in un contesto anche familiare difficile) trova questo coraggio non può essere né di indifferenza, né, men che meno di accanimento amministrativo, perché per crescere ed educare i propri figli (ogni genitore di buon senso lo sa) ci vuole determinazione, valori e principi, ma soprattutto ci vuole coraggio….di scelta e di azione.
    E’ ora che finalmente se ne parli e non “così per dire”, o a fini congressuali o di studio, ma con azioni e gesti concreti.
    Così soltanto sarebbe possibile evitare “scollamenti” così gravi e pericolosi tra quello che – come si dice – fa la mano destra e quello che fa quella sinistra.
    Perché convincere a denunziare qualcuno che non lo ha mai fatto perché molto giovane o neo-imprenditore è difficile, ma convincere a denunziare chi ha vissuto momenti bui della storia Siciliana dove l’omertà sembrava essere l’unico escamotage salvavita è opera quasi impossibile, farlo sapendo che qualsiasi scelta si farà, sarai comunque ingnorato se non colpito da un sistema che non ti protegge, oggi, più di ieri, è pura utopia.